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Può il reato essere associato ad una finzione scenica? La ricerca e l'accertamento della verità a cui mira il processo penale sembrano smentirlo, pur se le forme del rito per molti aspetti evocano l'immagine di un teatro. Chi sono dunque gli attori di questa rappresentazione? Con un'immagine culinaria potremmo definirli gli "ingredienti" del reato: la norma che lo prevede, il soggetto che lo compie, l'azione compiuta, il fatto, la componente psichica che ha caratterizzato l'azione. Sono elementi che appartengono a domini diversi, la previsione legale e la realizzazione fattuale, unificati dal linguaggio: quello dell'enunciato che descrive la norma e quello del racconto che descrive il fatto. L'uno e l'altro parlano dell'uomo, rispettivamente in astratto e in concreto. L'esegesi giuridica richiede perciò all'interprete di situarsi sulla linea d'orizzonte che separa e unisce i due mondi per leggerli obliquamente dal lato in cui la logica - una logica non aristotelica, aperta ai contributi della retorica e della linguistica - si curva per farsi attraversare dall'argomentazione, senza perciò rinunciare al proprio rigore. In questo volo rasente sul ciglio del pensiero trovano posto emozioni e valori, che, ci insegnano le neuroscienze, sono il dato fondante dell'universo cognitivo. L'autore alza il sipario sul labirintico mondo della psiche che assiste e accompagna la commissione del reato e ci mette di fronte a processi che stravolgono radicate convinzioni. Ne emerge una fenomenologia del reato liquida, caratterizzata dalla casualità degli elementi fluttuanti della coscienza, ma in pari tempo dalla titolarità, psichicamente sua del soggetto e causalmente efficiente, del fatto illecito, fondativa della responsabilità. Sullo sfondo, ma sempre presente, l'informatica. Tutta la trattazione reca dietro le quinte una rappresentazione del reato basata sull'analisi molecolare dei suoi elementi. La stessa analisi usata dall'autore per realizzare il suo applicativo informatico Daedalus P.M. Assistant.

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