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L'analisi delle norme con cui il nuovo istituto della "collaborazione volontaria" (c.d. voluntary disclosure) s'innesta nell'ordinamento, dalla scelta lessicale degli enunciati alle determinazioni giuridiche, ne svela la nascita affaticata, indotta più dalle necessità materiali, mal governate dalla politica, che dalla cifra di "civiltà giuridica" dell'ordinamento stesso. È trascorso più di un anno dalla data in cui la legge ha visto la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (1 gennaio 2015) e sulla prassi s'è imposto un campionario di problemi, che si fatto ogni giorno più ampio e ha persuaso gli operatori - erroneamente - ad attendere le "mosse amministrative". Per quale motivo si è arrivati - di fatto - a consegnare l'intera materia della collaborazione volontaria alle determinazioni officiose dell'Agenzia delle entrate? Nell'opinione di chi scrive il legislatore è stato superficiale e influenzato dal "basso", preferendo ancora una volta il "raccolto immediato di finanza" all'opportunità di coniugare con intelligenza "semina e raccolto". Ciò premesso, al di là del grembo ideologico che l'ha partorita, si farebbe torto se non si scorgesse pregio nell'impianto della legge n. 186/2014, a ridosso della quale prende vita una importante operazione culturale che ha ad oggetto la raccolta di rilevantissimi dati e conoscenze tecniche funzionali al contrasto dell'evasione fiscale e al miglioramento della relazione cittadino-Fisco. Intento sommesso del lavoro è dunque quello di mettere a fuoco e valorizzare il pregio tecnico della legge. In ispecie alcune particolari declinazioni di questa sui fatti del procedimento e il successivo riannodarsi, razionale e a volte piuttosto "istintivo", ai principi generali dell'ordinamento.

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