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In che modo la parola "autonomia" si è collocata nel divenire del linguaggio giuridico dei secoli XIX e XX? Quale ruolo ha giocato nel discorso dei giuristi? Com¿è stata riscoperta, utilizzata, trasformata, levigata, dal sapere giuridico per rappresentare l'ordine, il rapporto fra le parti e il tutto, tra pluralità e unità?La tensione del discorso giuridico ad attribuire un grado elevato di precisione concettuale alla parola si misura nel XIX e XX secolo con una sorta di continua ribellione del lemma a lasciarsi ridurre entro una dimensione tecnico-giuridica univoca. A conferire polisemia a "autonomia" è la sua disponibilità a rinascere e ad assumere funzioni diverse, a «moltiplicarsi e disperdersi»: ora si piega docile entro una gerarchia, graduata e subordinata a un'unità vincolante, a un sistema di regole e confini; ora invece si sottrae a degradazioni e subordinazioni. Obiettivo del «Quaderno» è di seguire nel corso dell'Ottocento e del Novecento il termine "autonomia" come nucleo generatore di enunciati, archè di tematizzazioni e strategie discorsive, come lemma identico e diverso nei "ritorni", nelle relazioni e opposizioni, nel ruolo propulsivo e costruttivo offerto alle discipline giuridiche per fissare nessi tra unità e pluralità, per vedere e progettare l'ordine.

Collaboratori: Alejandro Aguero , Andrea Bussoletti , Peter Collin , Pietro Costa , Giacomo Demarchi , Fabrizio Di Marzio , Luca Fonnesu , Francesco Macario , Corrado Malandrino , Luca Mannori , Sebastian Martin , Emanuela Navarretta , Luigi Nuzzo , Cristiano Paixao , Bernardo Sordi

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