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La responsabilità processuale è rimasta per anni una creatura virtuale. Nonostante le domande e le eccezioni pretestuose non mancassero certo anche in passato, rarissime erano le condanne, per l'impossibilità del giudice di provvedere d'ufficio, per la ritrosia dei litiganti a chiedere una condanna in tal senso, o perché, quando richiesta, raramente veniva accordata, sta di fatto che l'art. 96 c.p.c. per lungo tempo visse di vita grama. Poi, negli ultimi anni, l'istituto ha conosciuto un risveglio insospettato: da un lato le riforme legislative, dall'altro una diversa sensibilità dei giudicanti, hanno fatto aumentare sensibilmente il numero delle condanne per lite temeraria; hanno visto mutare i presupposti per l'affermazione di tale responsabilità, ed hanno infranto persino un secolare tabù: ovvero che la responsabilità processuale non potesse in nessun caso invocarsi a carico di chi avesse "semplicemente" sostenuto tesi giuridiche ardite. Il presente volume vuole dare conto di quali cambiamenti siano avvenuti in questo ambito, non limitandosi a considerare la sola responsabilità ex art. 96 c.p.c., ma anche tutte le possibili conseguenze svantaggiose derivanti da scelte processuali gravemente colpose o in mala fede: dalla responsabilità per espressioni sconvenienti a quella per l'abuso del processo; dalla "nuova" sanzione privata ex art. 96 c.p.c. alla regola del pagamento del doppio contributo unificato. Ne emerge un quadro nuovo e composito, che vuole essere un ausilio all'avvocato per difendersi, nel processo, dall'uso distorto del processo.

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