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Dal momento in cui la prigione è stabilmente entrata nel novero delle sanzioni penali, il rapporto tra la necessità di punizione e l¿istituzione carceraria ha costantemente generato tensioni e difficoltà di legittimazione, amplificate dalla crescente attenzione rivolta nel tempo alla difesa dei diritti fondamentali della persona. La centralità unanimemente riconosciuta dall¿ordinamento alla reclusione penitenziaria diventa, infatti, altamente problematica se filtrata attraverso le maglie della vincolante funzione rieducativa della pena (e, ancor prima, della necessità di non desocializzazione del condannato), con la quale le caratteristiche tipiche dell¿esecuzione della pena carceraria rischiano di instaurare un conflitto sostanzialmente insanabile. Attraverso una ricostruzione storica del carcere e dei suoi tratti fisionomici distintivi, ripercorrendo i significativi progetti di riforma susseguitisi in Italia negli ultimi decenni, con l'aiuto dell¿esperienza francese e alla luce della direzione indicata dall''nione Europea e dal Consiglio d'Europa nella ricerca di strumenti alternativi alla prigione, si è cercato di proporre il superamento della modalità carceraria della reclusione (contraddistinta da specifiche esigenze securitarie) a favore di un incremento del ricorso alla dimensione minima e sufficiente della privazione di libertà (ovvero quella domiciliare), qualora alla necessità di punizione non si accompagni l'ulteriore bisogno di tutela della sicurezza collettiva. Il filo conduttore dell¿analisi è la finalità rieducativa della pena, nella cui proiezione si colloca anche la progressiva valorizzazione della giustizia conciliativa e riparativa, quale canale parallelo di autentico recupero del condannato e di salvaguardia dei delicati equilibri di quelle relazioni sociali compromesse dalla commissione di un reato.

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